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Capitolo 1: Convocazione.

– Dal diario di Juza.

Da anni mi sono ritirato dal servizio, le lune attraversano il cielo notturno velocemente da allora, il ricordo delle fazioni sbiadisce, vivendo solo nelle memorie e nei racconti dei meno giovani. Non vivo male a dire il vero, meglio di quanto mi sarei aspettato. Ho perfino preso dimora nella Capitale, non ho mai posseduto una casa prima, non nel senso stretto del termine quanto meno, negli anni di servizio al regno ho sempre vissuto nel castello o presso la fortezza di Jhelom, quel luogo per me era casa. Pensavo o speravo che le cose non sarebbero mai cambiate ma in realtà credo di aver sempre saputo che prima o poi ci sarebbe stata una fine, in un modo o nell’altro, sospettavo sul campo di battaglia ma non so perché non è stato così. Gli dei hanno uno strano senso dell’umorismo a quanto pare. Semplicemente un giorno la grande guerra terminò, i due Lord si accordarono e le fazioni smisero di essere.

Parte dell’eredità fazionaria fu recepita dalla gilda al servizio della dea Zoe, per principi prossimi agli ideali Order, così, dopo qualche mese di riflessione, anch’io seguii quella via e fui accolto con cordialità. Il resto del gruppo si disperse, chi partii per un viaggio senza metà, chi torno alle terre di origini, chi cerco ospitalità presso altri clan, della maggior parte non ebbi più notizia alcuna.

A distanza di anni non posso dire di essermi integrato, di certo non per responsabilità altrui, i seguaci di Zoe sono molto attivi e disponibili ma io vivo isolato, ho casa sul mare e mi dedico alla pesca, con risultati piuttosto scarsi a dire il vero. Eppure da ragazzo ricordo che era così che riuscivo a non morire di fame, prima di ogni cosa, prima del Re e del Regno, prima delle fazioni, delle guerre e della spada, sopravvivevo pescando e lavorando presso lo scricchiolante molo della vecchia Britain.
Torno spesso con la mente a quel tempo, non alle grandi battaglie, non ai grandiosi tornei o alle sfide più ardue ma ad un vecchio molo semiabbandonato, in uno dei peggiori quartieri della città. Forse perché ero giovane al tempo, forse perché fu lì che incontrai per la prima volta quelli che si sarebbero rivelati anni dopo i miei compagni di ventura, le nostre strade in vero si incrociarono più volte negli anni successivi finché, un giorno ormai lontano, non formammo la prima grande gilda Order alleata.

Ciò che invece non avrei mai potuto immaginare e che le nostre strade si sarebbero incrociate una volta ancora.

Quella mattina qualcuno busso alla porta di casa, ripetutamente, finché esasperato non gettai in terra la canna da pesca ed andai ad aprire. – Siete voi, Sir Juza? – feci un cenno con la testa mentre esaminavo dall’alto in basso il ragazzino che mi fissava con aria furba, teneva in mano un tubo porta pergamena. – Questo è per te! – mi porse l’oggetto con una mano mentre con l’altra attendeva la ricompensa. Gli diedi qualche moneta, recuperai l’involucro e mentre mi giravo chiusi con un piede la porta alle mie spalle. Sulla pergamena era apposto il sigillo della casata Cadarn.
Poche cose, posso affermare, sono ancora in grado di attirare la mia attenzione e sollecitare la mia curiosità ma la missiva dell’anziano Magister, devo essere sincero, fu una di quelle. Ruppi il sigillo e lessi il contenuto.

 

Capitolo 2: Segni.

– Dal diario di Ryaku.

Quella mattina mi risvegliai con una strana sensazione di nostalgia. Avevo rivissuto in sogno uno degli ultimi scontri combattuti quando ancora mi trovavo nell’esercito di Re British insieme agli altri generali del regno. Il desiderio di rivedere qualche vecchio amico o un segno forse, come capii più tardi. Non credo infatti fu un caso che nel pomeriggio ricevetti una missiva, una richiesta di convocazione da parte di un compagno che non sentivo da tempo, presso la sua tenuta di Magincia.
La lettera e questa strana sensazione mi spinsero a muovermi, ne approfittai per andare prima a trovare qualcun altro, salpai alla volta di Jhelom.

Provai più volte a bussare a casa di Fudo senza avere alcuna risposta ma da quando si era ritirato era spesso in giro per il mondo, quindi la cosa non mi stupì più di tanto. A Jhelom però c’era un altro vecchio combattente da salutare. La casa si presentava esattamente come la ricordavo, con due arbusti piantati di fianco alla porta, mentre le aiuole fiorite tutte attorno mi facevano intuire che l’abitazione non era stata abbandonata, anzi sembrava proprio che si fosse dato all’attività di giardinaggio visto che nel recinto erano molto ben curate diverse piante verdi che non feci fatica a riconoscere visto che se ne portava dietro sempre qualche foglia.

Bussai alla porta e poco dopo Doltigar, non prima di aver sgranato gli occhi, depose l’arma che aveva in mano e mi invitò ad entrare per fumare qualcosa come ai vecchi tempi. Fu seduto al tavolo della stanza adibita a cucina che scoprii che da diverso tempo non si recava nella Capitale, che non aveva idea di quanto quest’ultima fosse cambiata e di come il suo passatempo preferito fosse scontrarsi con i servi della mano d’ebano che assediavano la cittadina di Jhelom, motivo per cui mi aveva aperto pesantemente armato.

Dopo un po’ gli accennai della missiva ricevuta e del mio intento di raggiungerlo quanto prima, ci sedemmo con lo scopo di capire che significato si celasse dietro il messaggio, ma era inequivocabile lo stemma impresso sulla ceralacca che rappresentava la famiglia Cadarn, nello specifico il mio vecchio amico e compagno nel periodo che mi legava in gioventù alla chiesa di ZoE, l’ultimo Magister Fidei, Eris Cadarn.

Non sapendo cosa aspettarci, cercai di coniugare l’utile al dilettevole invitando Doltigar sulla mia imbarcazione alla volta di Britain per fargli vedere come quest’ultima era cambiata ed in cerca di altre risposte prima di raggiungere Magincia.

 

Capitolo 3: Visita inaspettata.

– Dal diario di Ryaku.

Dopo diversi giorni di viaggio in nave con andatura piacevole e vento sempre costante, arrivammo senza intoppi al porto di Britain alle prime luci dell’alba. Ormeggiata l’imbarcazione e saltati giù sul pontile, lo sguardo di Doltigar vagò spaesato. Continuando a camminare, gli lasciai qualche minuto per riflettere. Fu lui, quando fu pronto, a rompere il silenzio – E dunque è così che è stata ricostruita? – mi chiese – Già, è quasi irriconoscibile vero? Solo chi l’ha vissuta in passato la vede ancora – risposi, – Parli di quella Luce… e per i giovani, c’è qualcosa che ne ricorda i fasti, il periodo della nostra giovinezza? Tutto quello che abbiamo fatto non può andare perduto! – riprese Doltigar – Ce l’abbiamo dentro e lo porteremo sempre con noi. Sono finiti i tempi delle guerre fra i lord. A volte mi domando se siamo stati noi ad esserne la causa o se è vero che ci siamo ritrovati dentro, perché da quando ci siamo ritirati, il fuoco si è lentamente abbassato fino a spegnersi. – a questa mia risposta, seguì un attimo di silenzio, poi il drow, riprese – Ma, tutto il sangue versato, le cicatrici, i compagni caduti – mi disse con rammarico – Fa parte della vita, lo dovresti sapere, tutto si evolve. La vita è andata avanti per tutti, anche senza di noi. – venne un altro istante di silenzio ed ancora una volta – Voglio vederlo, voglio vedere cosa è rimasto – concluse.

Dal porto di Britain la nebbia si diradava man mano che ci addentravamo nella città. Il sole stava alzandosi, ma la capitale sembrava vuota. Oltre ai mercanti, non c’era molta gente.

Giunti davanti al vecchio castello di Lord British ci fermammo a guardare. – Questo è quello che ci siamo lasciati dietro quindi. È rimasto solo questo: non una guardia, non un araldo, niente, dannazione, niente. Per chi ho combattuto? Per cosa ho versato il sangue dei miei nemici? – adesso il suo rammarico diventava quasi un inno alla rabbia e non ci fu bisogno delle parole. Lo guardai sorridendo. – Che cosa ci trovi da ridere? Cosa c’è di bello in tutto ciò? – incalzò. Il sorriso divenne fragorosa risata. – Vieni, abbiamo da fare, qui vicino abita un vecchio amico a cui dobbiamo fare qualche domanda. Rido, perché dai sempre libero sfogo alle tue sensazioni, nemmeno il trascorrere degli anni ti ha reso meno “focoso” –.

Con Doltigar che continuava a borbottare e brontolare, tornammo indietro verso il porto ma non nel punto in cui avevamo ormeggiato l’imbarcazione e ci fermammo davanti ad una nuova costruzione, una abitazione dalla quale proveniva una tenue luce. Doltigar provò a guardare dalla finestra ma non scorse nulla e girando intorno notò una serie di tavoli da gioco con le bottiglie e le carte ancora adagiate sopra.

– Mi hai portato in una bisca? Da quando sono ammesse qui a Britain? – esordì, sorridendo gli risposi – Non è una bisca e comunque da quando ripudi il gioco d’azzardo? Se non ricordo male, la vecchia bisca a Nord vicino all’altro castello era uno dei tuoi luoghi di ritrovo preferiti… –, mi fissò, – Vero! ma quella la gestivo io! Come hanno osato aprire una bisca senza il mio.. ahem… – resosi conto di quanto appena detto, decise di non terminare la frase, cambiando discorso – ma quindi scusa, perché mi ci hai portato? –, disse alzando le braccia, – Questa è casa di Juza. Quel vecchiaccio si lamentava spesso dei suoi presunti acciacchi e gli serviva un posto caldo dove preservare le sue ossa umane –, – Di Juza? Ma se quello non teneva da parte manco una moneta di rame?! Aspetta.. vuoi vedere che ha preso lui i soldi che mi mancano dai forzieri frutto del mio onorato lavoro di biscazziere, ehm, soldato alla corte di Re British e ci si è comprato casa? Che sia folgorato! Juza apri sta porta, io e te dobbiamo parlare!! – gridò.

Il vecchio guerriero, sentendo urlare da fuori, si affacciò per aprire e notando i due vecchi amici li invitò ad entrare. Neanche il tempo di accomodarsi che Doltigar lo accusò: – Ladro, infame, maledetto! Ecco dove sono finiti i soldi che mancano dai miei forzieri! Così hai comprato casa eh? – Juza, lo guardò con aria interrogativa, salvo poi rispondere – Questo è il tuo modo di salutare un vecchio amico dopo tutto questo tempo? Comunque, benvenuto nella mia umile dimora, comprata con i sacrifici di una vita – – I tuoi sacrifici? I miei vorrai dire! – – Beh, ho parlato di sacrifici di una vita, non ho specificato di chi! – rispose sorridendo Juza. – Ma io ti ammazzo! – riprese Doltigar sfoderando lo stiletto. – Ci avrai provato mille volte ed ancora non ci sei riuscito, suvvia, metti quello stuzzicadenti da parte e bevi qualcosa come sta facendo Ryaku –.

Io nel frattempo mi ero spostato sul balcone che dava sul porto ed avevo già aperto una bottiglia di vecchio Rum, una magnifica bottiglia di “Scacciapensieri di Marinaio” invecchiata 30 anni.

– Combatti Juza, se hai il coraggio! – continuava il drow. Juza si mosse per raggiungermi fuori, venendosi a sedere accanto a me ad uno dei tavoli. Al suo arrivo, girai altri due bicchieri e li riempii di rum mentre Juza rivolgendosi a Doltigar, lo invitò a sedersi con noi. – Ah, guarda guarda, hai anche un tavolo con le buche! Facciamo che ti sfido a “pallette”? – disse Doltigar rinfoderando la lama. – Beh dai, a quello posso anche farti vincere – rispose Juza alzandosi e raggiungendolo. Rimasto solo ne approfittai per svuotare i due bicchieri che avevo riempito per loro poco prima e inclinando leggermente indietro la sedia, mi misi a guardare i due compagni che si sfidavano e nel frattempo si raccontavano come avevano passato il tempo da quando avevano combattuto insieme l’ultima volta.

D’un tratto, mentre Doltigar stava mandando in buca l’ultima palla e si sfregava già le mani assaporando il gusto della vittoria, la palla si spostò cambiando traiettoria, colpendo quella di Juza e mandandola a segno facendo vincere la partita al vecchio Comandante. La rabbia fece diventare Doltigar rosso e pronto ad esplodere e sia lui che Juza si girarono a guardarmi mentre stavo mandando giù l’ennesimo bicchiere di rum; Juza si mise a ridere, ma non posso dire la stessa cosa di Doltigar che invece corse verso di me con la stecca da biliardo in mano con l’evidente intenzione di rompermela in testa. Quando giunse a pochi passi si ritrovò immobilizzato e dopo aver bofonchiato qualcosa a denti stretti, scoppiò a ridere soffermandosi su come il tempo fosse passato ma che certe cose invece erano rimaste sempre uguali. Liberatolo dall’incantesimo, invitai entrambi a sedersi finalmente al tavolo con me perché c’erano argomenti dei quali dovevamo discutere.

Confrontandoci in merito ai fatti accaduti, aprendo la seconda bottiglia di rum e fumando l’erba di Doltigar, Juza confermò di aver ricevuto la stessa missiva da parte di Eris, pertanto, raccolte le cose necessarie al viaggio e formata la piccola compagnia, decidemmo di metterci in sella come ai vecchi tempi, stavolta verso Magincia.

 

Capitolo 4: Cadarn.

– Dal diario di Juza.

Erano anni che non mi recavo a Magincia, ancora di più che non vedevo il sommo Eris Cadarn, Druido anziano, Grande Sacerdote e antico Magister Fidei della potente dea Zoe, per me, più semplicemente, mio cugino Eris. Ero venuto a conoscenza che anche lui si fosse ritirato a vita privata dopo aver lasciato in eredità ad altri l’onere di servire la dea.

Il viaggio fu lungo ma piacevolmente noioso, avevo pensato che mi avrebbe fatto bene sgranchirmi un po’, dunque optammo per una cavalcata ma il mio fondo schiena disabituato ai lunghi percorsi in sella era di altro parere. Fortunatamente arrivammo a destinazione prima che la cosa ebbe modo di diventare un problema. Approfittammo di questo tempo per rivangare qualche vecchia impresa, bere, fumare, per campare ipotesi sui motivi della nostra convocazione e lamentarci degli acciacchi dell’età, almeno dei miei. Per elfi e drow il tempo ha tutt’altro significato, osservandoli per loro non sembrava essere trascorso un giorno, dubito avessero avuto la stessa impressione nei miei confronti ma anche se così non fosse stato, per lo meno non diedero a notarlo.

Arrivati in città di primo pomeriggio ci dirigemmo direttamente presso ‘l’umile’ dimora di Eris, non fu particolarmente difficile da trovare, occupava metà del quartiere a nord della città. La porta era aperta ed entrammo aspettandoci di essere accolti da servitori ma, ad eccezione di qualche animaletto da cortile lasciato libero di scorrazzare, in realtà l’immensa abitazione si rivelò essere praticamente deserta e silenziosa. Ad interrompere la quiete fu una voce proveniente dal piano superiore – Avanti salite, sono di sopra, le scale sono in fondo alla sala – così seguimmo la voce fino a raggiungerne la fonte, al terzo piano.

Eris Cadarn non sembrava molto cambiato, portava sempre lunghi capelli e barba non da meno, le striature di bianco avevano lasciato posto ad un più diffuso grigiore ma il portamento era ancora solido e vispo. Era intento a scrivere qualcosa, poi spostò di lato il calamaio, poggiò la penna ed alzò lo sguardo verso di noi, i suoi occhi erano quelli vigili di sempre – Dovete scusarmi, raramente scendo di sotto, siete solo voi tre dunque, mmh, dovrete bastare – Lo fissai con la stessa aria dubbiosa degli altri miei due compagni, ne seguì l’ovvia domanda – Bastare? Bastare per cosa? –

Fu così che, dopo qualche convenevole di rito ed un breve ristoro, ci mise a parte degli eventi, accennando ad una visione e ad un compito che avremmo dovuto svolgere. Sapevo che doveva esistere un motivo valido per spingere Eris a chiedere il nostro aiuto, ciò che ancora ignoravo è che quella sera avrebbe tessuto le trame del nostro fato, intrecciandole nuovamente fra loro e con quelle di Sosaria, fato che per una volta ancora ci avrebbe condotto sui campi di battaglia e ad imprese che ormai, ne ero assolutamente certo, erano finite. Mi sbagliavo.

 

Capitolo 5: Rivelazioni.

– Dal diario di Juza.

Da quando ci eravamo ritirati molte cose era cambiate e non proprio in meglio. A quanto spiegava il Magister, il tessuto che divide il regno dei vivi da quello dei morti si era assottigliato, o qualcosa del genere, permettendo a creature la cui memoria era ormai persa nel mito di tornare nuovamente in questo mondo. Demoni infernali, draghi e mostri colossali, addirittura antichi custodi e servitori degli dei. Il fatto che perfino gli dei stessi erano tornati a plasmare il mondo in modo evidente, cambiandone la conformazione come accaduto nei pressi della Capitale, diceva molto riguardo gli incredibili stravolgimenti verificatesi di recente ed i mutamenti non accennavo ad arrestarsi.

Fra tutte le nuove minacce una però agiva in modo senziente, spietato e metodico, Tourach o Lord Tourach come amava farsi chiamare dai suoi servi. Secondo l’anziano sacerdote di Zoe, probabilmente, anch’esso evocato dalla “frattura”, così Eris aveva definito l’assottigliamento del tessuto planare.

Negli ultimi anni le armate marchiate dalla mano d’ebano avevano invaso gran parte del continente. Dopo Jhelom, Trinsic e Serpent anche la bella Camelot era precipitata nelle mani dell’ingannatore e presto altre città sarebbero cadute, una dopo l’altra. Tourach non si sarebbe fermato ed avrebbe esteso il proprio vessillo ovunque, non sarebbero esistiti luoghi esenti dalla distruzione, la minaccia era sempre più prossima e palpabile, si avvertiva l’inquietudine e nelle locande, da Britain a Delucia, da Magincia a Radek, non si parlava d’altro.

Dopo aver ascoltato in silenzio e per un tempo infinito le dissertazioni del vecchio Magister lo interruppi
– Eris, capisco che la situazione non sia delle migliori e non nego la gravità della faccenda ma devo ancora capire cosa c’entriamo noi con tutto questo? Sto iniziando ad appassionarmi alla mia nuova vita – forse quest’ultima affermazione non era del tutto vera, gli altri probabilmente notarono l’esitazione nella mia voce e Ryaku mi fissò di traverso stringendo gli occhi e con una mezza smorfia in viso mentre Doltigar ridacchiava alla mia destra, li ignorai ed andai avanti – Perché siamo qui? –

Eris seduto con i gomiti appoggiati sulla scrivania, alzò lo sguardo mentre con la mano sinistra si massaggiava la base del collo, inspirò prendendosi del tempo per trovare le parole più adatte – Ho avuto una visione, alcune settimane fa – disse infine – Visione? Che genere di visione – lo incalzai, ed egli dopo qualche istante di esitazione proseguì

– Ho visto il fuoco, ho visto morte, lo stendardo col marchio d’ebano ergersi sopra ogni cosa, infine ho visto ciò che dovevo ma che non avrei voluto. In un luogo di tenebra gocce del sangue dell’ingannatore versato in terra e dal terreno lordato dal fluido venefico ergersi orrori della natura, ho visto aberrazioni innalzarsi sotto il suo sguardo privo di umana pietà, i morti tornare dall’oltreterra, in parte vivi, in parte no, privi di coscienza continuano a rialzarsi, ancora ed ancora, sorgendo dal terreno innumerevoli volte. E fra essi alcuni si ergono su tutti, primeggiando in violenza e malvagità, i suoi generali, creati dal sangue dell’oscuro sovrano e prolungamento della sua stessa volontà. –

Lo sguardo del Magister si fece assente, i suoi occhi sbiancarono, la sua voce si ridusse ad un cupo sussurro dando fiato a parole non sue – “Loro saranno, si manifesteranno e nessuno potrà fermarli; Dal mio fluido sono stati plasmati e a me solo faranno riferimento e obbediranno..” –
Cosa stava blaterando? Il tono della sua voce prese ad aumentare fino a divenire possente ed il suo viso si contrasse in una smorfia di dolore e odio – “..Io, per mezzo loro, deciderò chi dovrà vivere e chi dovrà morire; Loro saranno ma non si chiameranno. Loro saranno gli Innominabili della mano..”

A quel punto stava urlando, sbraitando, dai suoi occhi si irradiava una luce rossastra, io ero sgomento ma istintivamente afferrai la scrivania frapposta fra noi, scaraventandola altrove, Doltigar estrasse la sua lama ed io chiamai il nome di Ryaku che però aveva già preso a salmodiare parole arcane – An Ort – colpì Eris sul petto col suo bastone, un lampo di luce magica mi accecò per un breve istante ma poco dopo tutto tacque, il silenzio ridiscese nella stanza interrotto solo dai nostri respiri affannosi.

 

Capitolo 6: Motivazioni.

– Dal diario di Juza.

Qualche minuto più tardi, ripresosi Eris tornò a sedersi comodamente sulla sua poltrona, bofonchiando qualcosa riguardo il tempo che passa e fastidi alla schiena, come nulla fosse accaduto. Dal canto nostro lo stavamo fissando con espressioni tutt’altro che serene, se la sua intenzione era stata quella di attirare la nostra attenzione, beh, ci era riuscito. Doltigar accese la sua immancabile erba pipa, per distendere i nervi diceva, inondando la stanza del suo profumo tipico. Considerando la frequenza con cui ricorreva al suo antistress il drow doveva avere proprio una vita stremante, pensai.

Restammo in silenzio ancora per qualche attimo, poi Eris riprese a parlare – Credo semplicemente che questa guerra non possa essere vinta. – sospirò – Tourach non solo possiede un’armata vasta, quasi inarrestabile e pronta ad eseguire ogni suo ordine ma è in grado di conferirgli continuamente nuova vita, i caduti di ogni scontro e di ogni schieramento si rialzano rinfoltendo le sue armate, armate che diventano sempre più forti e numerose, mentre le nostre file lentamente si assottigliano, ogni giorno di più. Non so fino a quando la forza della grande alleanza potrà contrastate l’inevitabile che avanza. Temo che l’ago della bilancia, momentaneamente ancora in bilico in un equilibrio precario, presto cadrà da lato sbagliato. –

Ancora non ci era chiaro il motivo della nostra convocazione, fu Doltigar questa volta ad interrompere il vecchio druido – Cosa possiamo fare noi che non possano fare altri uomini e membri dell’alleanza, siamo pochi, nemmeno una brigata, tanto meno un’armata in grado di contrastare l’esercito della mano –

Stavolta Eris andò al punto – Non cerco un’armata da schierare sul campo di battaglia, ma qualcuno in grado di muoversi velocemente fra le città, indagare e raccogliere informazioni, come fantasmi capaci di muoversi trasversalmente fra le gilde, noti ai Lord cittadini e di cui essi possano fidarsi ma al tempo stesso sconosciuti dagli uomini della mano d’ebano ed in grado di infiltrarsi fra le loro fila se necessario allo scopo di ottenere informazioni. –

– Qualcuno disposto a sacrificarsi – diedi voce ai miei pensieri.

Eris finse di ignorare il mio intervento ma non fu così, in qualche modo parve turbato – Non siete i primi a cui chiedo di adempiere a questo incarico, un altro uomo è stato inviato due settimane fa ma da alcuni giorni di lui non ho più notizie. –

Incrociò le dita delle mani sotto al mento – Se vogliamo avere speranza di vincere questa guerra dobbiamo capire il segreto di Tourach, da dove derivi il suo potere, chi è? Come riesce a fare ciò che fa? E se qualche divinità si cela dietro le sue azioni. –

Si interruppe, lasciandoci il tempo per meglio assimilare le sue parole. Ci guardammo e non nego che l’ipotesi di una nuova avventura non avesse solleticato un istinto sepolto ma in vero era passato troppo tempo dall’ultima volta in cui mi ero battuto per la vita, non ero più di certo giovane ed il tempo non avrebbe migliorato quello status. Guardando i miei due compagni capì che simili pensieri attraversavano le loro menti, almeno quella di Ryaku, lo sguardo di Doltigar era decisamente più vago.

– Eris, capisco le tue paure ma temo che non siamo noi gli uomini più adatti a ricoprire questo incarico, al tuo posto mi rivolgerei a qualcun altro, l’indagine e la raccolta di informazioni non rientrano fra i nostri miglior talenti –

Il Magister mi guardò per poi far scorrere il suo sguardo severo sul resto del gruppo – Negli anni ho capito che sono le motivazioni che ci spronano a permetterci di compiere le imprese più incredibili, forse il compito che vi chiedo di eseguire non rientra fra i vostri talenti ma sono certo che sareste in grado di organizzare e coordinare una compagnia in grado di farlo se necessario. –

Ryaku dava cenni di assenso con la testa, da parecchio stava in silenzio, penso stesse meditando su una strategia da seguire o un’alternativa da proporre. Prese la parola
– Dovresti chiedere a Fudo, fra tutti noi è sicuramente lui l’uomo più adatto a creare un gruppo del genere, è inarrestabile quando si mette in testa di perseguire un obiettivo, per anni si è occupato oltre che del mantenimento dell’ordine anche delle attività di spionaggio di gilda, al suo confronto gli antichi inquisitori sembrano bimbi spaventati. – io sorrisi senza volerlo a quei ricordi.

Eris abbassò per un momento lo sguardo per poi rialzarlo fisso su di noi – L’ho già fatto, è questo il motivo per cui vi ho convocato, è Fudo l’uomo scomparso. – si fermò per un istante – Temo sia stato catturato ed un nemico prigioniero nelle segrete di Tourach non resta tale a lungo, quando avranno finito di interrogarlo o quando decideranno che non gli servirà più, sarà convertito al suo volere o peggio. –

A quelle parole non ne seguirono altre o almeno io non le sentii, balbettai qualcosa forse, Ryaku si alzò fragorosamente dalla sedia, mentre Doltigar cominciò a tossire nel tentativo di non strozzarsi col fumo appena inalato.

 

Capitolo 7: Come fantasmi.

– Dal diario di Juza.

Il ritmo costante dello sbattere degli zoccoli dei cavalli sul terreno umido mi aiutava a restare concentrato sul da farsi, fino a poco prima ancora travolto dalle ultime notizie ricevute non ero riuscito a ragionare con lucidità ma adesso sapevo il da farsi e l’avrei fatto. Galoppammo sotto la pioggia in silenzio, mentre ci allontanavamo di gran corsa da Magincia in direzione di Jhelom, dove aveva casa Fudo. Avevamo già concordato su come agire, avremmo contattato tutti i vecchi compagni che saremmo riusciti a trovare per formare una piccola compagnia in grado di muoversi e colpire rapidamente, avremmo ottenuto le informazioni che ci servivano e in un modo o nell’altro, avremmo ritrovato Fudo, ovunque fosse. Non ci saremmo limitati ad indagare furtivamente nascosti nell’ombra, non faceva per noi, avremmo smosso i monti fino a raggiungere l’obiettivo.

Su questo Eris non si sbagliava, le motivazioni alimentano il fuoco che arde in noi e in quel momento era in corso un incendio. Avremmo flagellato ogni servo della mano d’ebano e saremmo risaliti fino alla cima della piramide se necessario, avremmo combattuto il nostro nemico senza tregua, casa per casa, avremmo messo la nostra spada al servizio di tutti coloro che intendevano opporsi all’oscuro regnante e perseguito il nostro scopo instancabilmente, implacabili e spietati come fantasmi avremmo riempito di incubi il sonno dei nostri nemici.

Così quella sera il fato tornò a giocare con noi, indirizzandoci su una strada ignota e pericolosa, ero certo che il tempo delle battaglie e del sangue fosse finito e che la mia bardica sarebbe rimasta deposta a lungo nella sua cassa di metallo, fino al tempo in cui un giovane non l’avrebbe da lì estratta per impiegarla contro nuovi e terribili nemici. Ancora una volta mi sbagliavo. Non sarebbe stato un ragazzo incurante dei pericoli ad impugnarla ma un uomo consapevole e già soggetto ai primi acciacchi dell’età, non più giovane ma evidentemente con ancora qualche debito da pagare nei confronti di qualche dio scherzoso che amava divertirsi con lui.   

 

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Capitolo 1: Convocazione.

– Dal diario di Juza.

Da anni mi sono ritirato dal servizio, le lune attraversano il cielo notturno velocemente da allora, il ricordo delle fazioni sbiadisce, vivendo solo nelle memorie e nei racconti dei meno giovani. Non vivo male a dire il vero, meglio di quanto mi sarei aspettato. Ho perfino preso dimora nella Capitale, non ho mai posseduto una casa prima, non nel senso stretto del termine quanto meno, negli anni di servizio al regno ho sempre vissuto nel castello o presso la fortezza di Jhelom, quel luogo per me era casa. Pensavo o speravo che le cose non sarebbero mai cambiate ma in realtà credo di aver sempre saputo che prima o poi ci sarebbe stata una fine, in un modo o nell’altro, sospettavo sul campo di battaglia ma non so perché non è stato così. Gli dei hanno uno strano senso dell’umorismo a quanto pare. Semplicemente un giorno la grande guerra terminò, i due Lord si accordarono e le fazioni smisero di essere.

Parte dell’eredità fazionaria fu recepita dalla gilda al servizio della dea Zoe, per principi prossimi agli ideali Order, così, dopo qualche mese di riflessione, anch’io seguii quella via e fui accolto con cordialità. Il resto del gruppo si disperse, chi partii per un viaggio senza metà, chi torno alle terre di origini, chi cerco ospitalità presso altri clan, della maggior parte non ebbi più notizia alcuna.

A distanza di anni non posso dire di essermi integrato, di certo non per responsabilità altrui, i seguaci di Zoe sono molto attivi e disponibili ma io vivo isolato, ho casa sul mare e mi dedico alla pesca, con risultati piuttosto scarsi a dire il vero. Eppure da ragazzo ricordo che era così che riuscivo a non morire di fame, prima di ogni cosa, prima del Re e del Regno, prima delle fazioni, delle guerre e della spada, sopravvivevo pescando e lavorando presso lo scricchiolante molo della vecchia Britain.
Torno spesso con la mente a quel tempo, non alle grandi battaglie, non ai grandiosi tornei o alle sfide più ardue ma ad un vecchio molo semiabbandonato, in uno dei peggiori quartieri della città. Forse perché ero giovane al tempo, forse perché fu lì che incontrai per la prima volta quelli che si sarebbero rivelati anni dopo i miei compagni di ventura, le nostre strade in vero si incrociarono più volte negli anni successivi finché, un giorno ormai lontano, non formammo la prima grande gilda Order alleata.

Ciò che invece non avrei mai potuto immaginare e che le nostre strade si sarebbero incrociate una volta ancora.

Quella mattina qualcuno busso alla porta di casa, ripetutamente, finché esasperato non gettai in terra la canna da pesca ed andai ad aprire. – Siete voi, Sir Juza? – feci un cenno con la testa mentre esaminavo dall’alto in basso il ragazzino che mi fissava con aria furba, teneva in mano un tubo porta pergamena. – Questo è per te! – mi porse l’oggetto con una mano mentre con l’altra attendeva la ricompensa. Gli diedi qualche moneta, recuperai l’involucro e mentre mi giravo chiusi con un piede la porta alle mie spalle. Sulla pergamena era apposto il sigillo della casata Cadarn.
Poche cose, posso affermare, sono ancora in grado di attirare la mia attenzione e sollecitare la mia curiosità ma la missiva dell’anziano Magister, devo essere sincero, fu una di quelle. Ruppi il sigillo e lessi il contenuto.

 

Capitolo 2: Segni.

– Dal diario di Ryaku.

Quella mattina mi risvegliai con una strana sensazione di nostalgia. Avevo rivissuto in sogno uno degli ultimi scontri combattuti quando ancora mi trovavo nell’esercito di Re British insieme agli altri generali del regno. Il desiderio di rivedere qualche vecchio amico o un segno forse, come capii più tardi. Non credo infatti fu un caso che nel pomeriggio ricevetti una missiva, una richiesta di convocazione da parte di un compagno che non sentivo da tempo, presso la sua tenuta di Magincia.
La lettera e questa strana sensazione mi spinsero a muovermi, ne approfittai per andare prima a trovare qualcun altro, salpai alla volta di Jhelom.

Provai più volte a bussare a casa di Fudo senza avere alcuna risposta ma da quando si era ritirato era spesso in giro per il mondo, quindi la cosa non mi stupì più di tanto. A Jhelom però c’era un altro vecchio combattente da salutare. La casa si presentava esattamente come la ricordavo, con due arbusti piantati di fianco alla porta, mentre le aiuole fiorite tutte attorno mi facevano intuire che l’abitazione non era stata abbandonata, anzi sembrava proprio che si fosse dato all’attività di giardinaggio visto che nel recinto erano molto ben curate diverse piante verdi che non feci fatica a riconoscere visto che se ne portava dietro sempre qualche foglia.

Bussai alla porta e poco dopo Doltigar, non prima di aver sgranato gli occhi, depose l’arma che aveva in mano e mi invitò ad entrare per fumare qualcosa come ai vecchi tempi. Fu seduto al tavolo della stanza adibita a cucina che scoprii che da diverso tempo non si recava nella Capitale, che non aveva idea di quanto quest’ultima fosse cambiata e di come il suo passatempo preferito fosse scontrarsi con i servi della mano d’ebano che assediavano la cittadina di Jhelom, motivo per cui mi aveva aperto pesantemente armato.

Dopo un po’ gli accennai della missiva ricevuta e del mio intento di raggiungerlo quanto prima, ci sedemmo con lo scopo di capire che significato si celasse dietro il messaggio, ma era inequivocabile lo stemma impresso sulla ceralacca che rappresentava la famiglia Cadarn, nello specifico il mio vecchio amico e compagno nel periodo che mi legava in gioventù alla chiesa di ZoE, l’ultimo Magister Fidei, Eris Cadarn.

Non sapendo cosa aspettarci, cercai di coniugare l’utile al dilettevole invitando Doltigar sulla mia imbarcazione alla volta di Britain per fargli vedere come quest’ultima era cambiata ed in cerca di altre risposte prima di raggiungere Magincia.

 

Capitolo 3: Visita inaspettata.

– Dal diario di Ryaku.

Dopo diversi giorni di viaggio in nave con andatura piacevole e vento sempre costante, arrivammo senza intoppi al porto di Britain alle prime luci dell’alba. Ormeggiata l’imbarcazione e saltati giù sul pontile, lo sguardo di Doltigar vagò spaesato. Continuando a camminare, gli lasciai qualche minuto per riflettere. Fu lui, quando fu pronto, a rompere il silenzio – E dunque è così che è stata ricostruita? – mi chiese – Già, è quasi irriconoscibile vero? Solo chi l’ha vissuta in passato la vede ancora – risposi, – Parli di quella Luce… e per i giovani, c’è qualcosa che ne ricorda i fasti, il periodo della nostra giovinezza? Tutto quello che abbiamo fatto non può andare perduto! – riprese Doltigar – Ce l’abbiamo dentro e lo porteremo sempre con noi. Sono finiti i tempi delle guerre fra i lord. A volte mi domando se siamo stati noi ad esserne la causa o se è vero che ci siamo ritrovati dentro, perché da quando ci siamo ritirati, il fuoco si è lentamente abbassato fino a spegnersi. – a questa mia risposta, seguì un attimo di silenzio, poi il drow, riprese – Ma, tutto il sangue versato, le cicatrici, i compagni caduti – mi disse con rammarico – Fa parte della vita, lo dovresti sapere, tutto si evolve. La vita è andata avanti per tutti, anche senza di noi. – venne un altro istante di silenzio ed ancora una volta – Voglio vederlo, voglio vedere cosa è rimasto – concluse.

Dal porto di Britain la nebbia si diradava man mano che ci addentravamo nella città. Il sole stava alzandosi, ma la capitale sembrava vuota. Oltre ai mercanti, non c’era molta gente.

Giunti davanti al vecchio castello di Lord British ci fermammo a guardare. – Questo è quello che ci siamo lasciati dietro quindi. È rimasto solo questo: non una guardia, non un araldo, niente, dannazione, niente. Per chi ho combattuto? Per cosa ho versato il sangue dei miei nemici? – adesso il suo rammarico diventava quasi un inno alla rabbia e non ci fu bisogno delle parole. Lo guardai sorridendo. – Che cosa ci trovi da ridere? Cosa c’è di bello in tutto ciò? – incalzò. Il sorriso divenne fragorosa risata. – Vieni, abbiamo da fare, qui vicino abita un vecchio amico a cui dobbiamo fare qualche domanda. Rido, perché dai sempre libero sfogo alle tue sensazioni, nemmeno il trascorrere degli anni ti ha reso meno “focoso” –.

Con Doltigar che continuava a borbottare e brontolare, tornammo indietro verso il porto ma non nel punto in cui avevamo ormeggiato l’imbarcazione e ci fermammo davanti ad una nuova costruzione, una abitazione dalla quale proveniva una tenue luce. Doltigar provò a guardare dalla finestra ma non scorse nulla e girando intorno notò una serie di tavoli da gioco con le bottiglie e le carte ancora adagiate sopra.

– Mi hai portato in una bisca? Da quando sono ammesse qui a Britain? – esordì, sorridendo gli risposi – Non è una bisca e comunque da quando ripudi il gioco d’azzardo? Se non ricordo male, la vecchia bisca a Nord vicino all’altro castello era uno dei tuoi luoghi di ritrovo preferiti… –, mi fissò, – Vero! ma quella la gestivo io! Come hanno osato aprire una bisca senza il mio.. ahem… – resosi conto di quanto appena detto, decise di non terminare la frase, cambiando discorso – ma quindi scusa, perché mi ci hai portato? –, disse alzando le braccia, – Questa è casa di Juza. Quel vecchiaccio si lamentava spesso dei suoi presunti acciacchi e gli serviva un posto caldo dove preservare le sue ossa umane –, – Di Juza? Ma se quello non teneva da parte manco una moneta di rame?! Aspetta.. vuoi vedere che ha preso lui i soldi che mi mancano dai forzieri frutto del mio onorato lavoro di biscazziere, ehm, soldato alla corte di Re British e ci si è comprato casa? Che sia folgorato! Juza apri sta porta, io e te dobbiamo parlare!! – gridò.

Il vecchio guerriero, sentendo urlare da fuori, si affacciò per aprire e notando i due vecchi amici li invitò ad entrare. Neanche il tempo di accomodarsi che Doltigar lo accusò: – Ladro, infame, maledetto! Ecco dove sono finiti i soldi che mancano dai miei forzieri! Così hai comprato casa eh? – Juza, lo guardò con aria interrogativa, salvo poi rispondere – Questo è il tuo modo di salutare un vecchio amico dopo tutto questo tempo? Comunque, benvenuto nella mia umile dimora, comprata con i sacrifici di una vita – – I tuoi sacrifici? I miei vorrai dire! – – Beh, ho parlato di sacrifici di una vita, non ho specificato di chi! – rispose sorridendo Juza. – Ma io ti ammazzo! – riprese Doltigar sfoderando lo stiletto. – Ci avrai provato mille volte ed ancora non ci sei riuscito, suvvia, metti quello stuzzicadenti da parte e bevi qualcosa come sta facendo Ryaku –.

Io nel frattempo mi ero spostato sul balcone che dava sul porto ed avevo già aperto una bottiglia di vecchio Rum, una magnifica bottiglia di “Scacciapensieri di Marinaio” invecchiata 30 anni.

– Combatti Juza, se hai il coraggio! – continuava il drow. Juza si mosse per raggiungermi fuori, venendosi a sedere accanto a me ad uno dei tavoli. Al suo arrivo, girai altri due bicchieri e li riempii di rum mentre Juza rivolgendosi a Doltigar, lo invitò a sedersi con noi. – Ah, guarda guarda, hai anche un tavolo con le buche! Facciamo che ti sfido a “pallette”? – disse Doltigar rinfoderando la lama. – Beh dai, a quello posso anche farti vincere – rispose Juza alzandosi e raggiungendolo. Rimasto solo ne approfittai per svuotare i due bicchieri che avevo riempito per loro poco prima e inclinando leggermente indietro la sedia, mi misi a guardare i due compagni che si sfidavano e nel frattempo si raccontavano come avevano passato il tempo da quando avevano combattuto insieme l’ultima volta.

D’un tratto, mentre Doltigar stava mandando in buca l’ultima palla e si sfregava già le mani assaporando il gusto della vittoria, la palla si spostò cambiando traiettoria, colpendo quella di Juza e mandandola a segno facendo vincere la partita al vecchio Comandante. La rabbia fece diventare Doltigar rosso e pronto ad esplodere e sia lui che Juza si girarono a guardarmi mentre stavo mandando giù l’ennesimo bicchiere di rum; Juza si mise a ridere, ma non posso dire la stessa cosa di Doltigar che invece corse verso di me con la stecca da biliardo in mano con l’evidente intenzione di rompermela in testa. Quando giunse a pochi passi si ritrovò immobilizzato e dopo aver bofonchiato qualcosa a denti stretti, scoppiò a ridere soffermandosi su come il tempo fosse passato ma che certe cose invece erano rimaste sempre uguali. Liberatolo dall’incantesimo, invitai entrambi a sedersi finalmente al tavolo con me perché c’erano argomenti dei quali dovevamo discutere.

Confrontandoci in merito ai fatti accaduti, aprendo la seconda bottiglia di rum e fumando l’erba di Doltigar, Juza confermò di aver ricevuto la stessa missiva da parte di Eris, pertanto, raccolte le cose necessarie al viaggio e formata la piccola compagnia, decidemmo di metterci in sella come ai vecchi tempi, stavolta verso Magincia.

 

Capitolo 4: Cadarn.

– Dal diario di Juza.

Erano anni che non mi recavo a Magincia, ancora di più che non vedevo il sommo Eris Cadarn, Druido anziano, Grande Sacerdote e antico Magister Fidei della potente dea Zoe, per me, più semplicemente, mio cugino Eris. Ero venuto a conoscenza che anche lui si fosse ritirato a vita privata dopo aver lasciato in eredità ad altri l’onere di servire la dea.

Il viaggio fu lungo ma piacevolmente noioso, avevo pensato che mi avrebbe fatto bene sgranchirmi un po’, dunque optammo per una cavalcata ma il mio fondo schiena disabituato ai lunghi percorsi in sella era di altro parere. Fortunatamente arrivammo a destinazione prima che la cosa ebbe modo di diventare un problema. Approfittammo di questo tempo per rivangare qualche vecchia impresa, bere, fumare, per campare ipotesi sui motivi della nostra convocazione e lamentarci degli acciacchi dell’età, almeno dei miei. Per elfi e drow il tempo ha tutt’altro significato, osservandoli per loro non sembrava essere trascorso un giorno, dubito avessero avuto la stessa impressione nei miei confronti ma anche se così non fosse stato, per lo meno non diedero a notarlo.

Arrivati in città di primo pomeriggio ci dirigemmo direttamente presso ‘l’umile’ dimora di Eris, non fu particolarmente difficile da trovare, occupava metà del quartiere a nord della città. La porta era aperta ed entrammo aspettandoci di essere accolti da servitori ma, ad eccezione di qualche animaletto da cortile lasciato libero di scorrazzare, in realtà l’immensa abitazione si rivelò essere praticamente deserta e silenziosa. Ad interrompere la quiete fu una voce proveniente dal piano superiore – Avanti salite, sono di sopra, le scale sono in fondo alla sala – così seguimmo la voce fino a raggiungerne la fonte, al terzo piano.

Eris Cadarn non sembrava molto cambiato, portava sempre lunghi capelli e barba non da meno, le striature di bianco avevano lasciato posto ad un più diffuso grigiore ma il portamento era ancora solido e vispo. Era intento a scrivere qualcosa, poi spostò di lato il calamaio, poggiò la penna ed alzò lo sguardo verso di noi, i suoi occhi erano quelli vigili di sempre – Dovete scusarmi, raramente scendo di sotto, siete solo voi tre dunque, mmh, dovrete bastare – Lo fissai con la stessa aria dubbiosa degli altri miei due compagni, ne seguì l’ovvia domanda – Bastare? Bastare per cosa? –

Fu così che, dopo qualche convenevole di rito ed un breve ristoro, ci mise a parte degli eventi, accennando ad una visione e ad un compito che avremmo dovuto svolgere. Sapevo che doveva esistere un motivo valido per spingere Eris a chiedere il nostro aiuto, ciò che ancora ignoravo è che quella sera avrebbe tessuto le trame del nostro fato, intrecciandole nuovamente fra loro e con quelle di Sosaria, fato che per una volta ancora ci avrebbe condotto sui campi di battaglia e ad imprese che ormai, ne ero assolutamente certo, erano finite. Mi sbagliavo.

 

Capitolo 5: Rivelazioni.

– Dal diario di Juza.

Da quando ci eravamo ritirati molte cose era cambiate e non proprio in meglio. A quanto spiegava il Magister, il tessuto che divide il regno dei vivi da quello dei morti si era assottigliato, o qualcosa del genere, permettendo a creature la cui memoria era ormai persa nel mito di tornare nuovamente in questo mondo. Demoni infernali, draghi e mostri colossali, addirittura antichi custodi e servitori degli dei. Il fatto che perfino gli dei stessi erano tornati a plasmare il mondo in modo evidente, cambiandone la conformazione come accaduto nei pressi della Capitale, diceva molto riguardo gli incredibili stravolgimenti verificatesi di recente ed i mutamenti non accennavo ad arrestarsi.

Fra tutte le nuove minacce una però agiva in modo senziente, spietato e metodico, Tourach o Lord Tourach come amava farsi chiamare dai suoi servi. Secondo l’anziano sacerdote di Zoe, probabilmente, anch’esso evocato dalla “frattura”, così Eris aveva definito l’assottigliamento del tessuto planare.

Negli ultimi anni le armate marchiate dalla mano d’ebano avevano invaso gran parte del continente. Dopo Jhelom, Trinsic e Serpent anche la bella Camelot era precipitata nelle mani dell’ingannatore e presto altre città sarebbero cadute, una dopo l’altra. Tourach non si sarebbe fermato ed avrebbe esteso il proprio vessillo ovunque, non sarebbero esistiti luoghi esenti dalla distruzione, la minaccia era sempre più prossima e palpabile, si avvertiva l’inquietudine e nelle locande, da Britain a Delucia, da Magincia a Radek, non si parlava d’altro.

Dopo aver ascoltato in silenzio e per un tempo infinito le dissertazioni del vecchio Magister lo interruppi
– Eris, capisco che la situazione non sia delle migliori e non nego la gravità della faccenda ma devo ancora capire cosa c’entriamo noi con tutto questo? Sto iniziando ad appassionarmi alla mia nuova vita – forse quest’ultima affermazione non era del tutto vera, gli altri probabilmente notarono l’esitazione nella mia voce e Ryaku mi fissò di traverso stringendo gli occhi e con una mezza smorfia in viso mentre Doltigar ridacchiava alla mia destra, li ignorai ed andai avanti – Perché siamo qui? –

Eris seduto con i gomiti appoggiati sulla scrivania, alzò lo sguardo mentre con la mano sinistra si massaggiava la base del collo, inspirò prendendosi del tempo per trovare le parole più adatte – Ho avuto una visione, alcune settimane fa – disse infine – Visione? Che genere di visione – lo incalzai, ed egli dopo qualche istante di esitazione proseguì

– Ho visto il fuoco, ho visto morte, lo stendardo col marchio d’ebano ergersi sopra ogni cosa, infine ho visto ciò che dovevo ma che non avrei voluto. In un luogo di tenebra gocce del sangue dell’ingannatore versato in terra e dal terreno lordato dal fluido venefico ergersi orrori della natura, ho visto aberrazioni innalzarsi sotto il suo sguardo privo di umana pietà, i morti tornare dall’oltreterra, in parte vivi, in parte no, privi di coscienza continuano a rialzarsi, ancora ed ancora, sorgendo dal terreno innumerevoli volte. E fra essi alcuni si ergono su tutti, primeggiando in violenza e malvagità, i suoi generali, creati dal sangue dell’oscuro sovrano e prolungamento della sua stessa volontà. –

Lo sguardo del Magister si fece assente, i suoi occhi sbiancarono, la sua voce si ridusse ad un cupo sussurro dando fiato a parole non sue – “Loro saranno, si manifesteranno e nessuno potrà fermarli; Dal mio fluido sono stati plasmati e a me solo faranno riferimento e obbediranno..” –
Cosa stava blaterando? Il tono della sua voce prese ad aumentare fino a divenire possente ed il suo viso si contrasse in una smorfia di dolore e odio – “..Io, per mezzo loro, deciderò chi dovrà vivere e chi dovrà morire; Loro saranno ma non si chiameranno. Loro saranno gli Innominabili della mano..”

A quel punto stava urlando, sbraitando, dai suoi occhi si irradiava una luce rossastra, io ero sgomento ma istintivamente afferrai la scrivania frapposta fra noi, scaraventandola altrove, Doltigar estrasse la sua lama ed io chiamai il nome di Ryaku che però aveva già preso a salmodiare parole arcane – An Ort – colpì Eris sul petto col suo bastone, un lampo di luce magica mi accecò per un breve istante ma poco dopo tutto tacque, il silenzio ridiscese nella stanza interrotto solo dai nostri respiri affannosi.

 

Capitolo 6: Motivazioni.

– Dal diario di Juza.

Qualche minuto più tardi, ripresosi Eris tornò a sedersi comodamente sulla sua poltrona, bofonchiando qualcosa riguardo il tempo che passa e fastidi alla schiena, come nulla fosse accaduto. Dal canto nostro lo stavamo fissando con espressioni tutt’altro che serene, se la sua intenzione era stata quella di attirare la nostra attenzione, beh, ci era riuscito. Doltigar accese la sua immancabile erba pipa, per distendere i nervi diceva, inondando la stanza del suo profumo tipico. Considerando la frequenza con cui ricorreva al suo antistress il drow doveva avere proprio una vita stremante, pensai.

Restammo in silenzio ancora per qualche attimo, poi Eris riprese a parlare – Credo semplicemente che questa guerra non possa essere vinta. – sospirò – Tourach non solo possiede un’armata vasta, quasi inarrestabile e pronta ad eseguire ogni suo ordine ma è in grado di conferirgli continuamente nuova vita, i caduti di ogni scontro e di ogni schieramento si rialzano rinfoltendo le sue armate, armate che diventano sempre più forti e numerose, mentre le nostre file lentamente si assottigliano, ogni giorno di più. Non so fino a quando la forza della grande alleanza potrà contrastate l’inevitabile che avanza. Temo che l’ago della bilancia, momentaneamente ancora in bilico in un equilibrio precario, presto cadrà da lato sbagliato. –

Ancora non ci era chiaro il motivo della nostra convocazione, fu Doltigar questa volta ad interrompere il vecchio druido – Cosa possiamo fare noi che non possano fare altri uomini e membri dell’alleanza, siamo pochi, nemmeno una brigata, tanto meno un’armata in grado di contrastare l’esercito della mano –

Stavolta Eris andò al punto – Non cerco un’armata da schierare sul campo di battaglia, ma qualcuno in grado di muoversi velocemente fra le città, indagare e raccogliere informazioni, come fantasmi capaci di muoversi trasversalmente fra le gilde, noti ai Lord cittadini e di cui essi possano fidarsi ma al tempo stesso sconosciuti dagli uomini della mano d’ebano ed in grado di infiltrarsi fra le loro fila se necessario allo scopo di ottenere informazioni. –

– Qualcuno disposto a sacrificarsi – diedi voce ai miei pensieri.

Eris finse di ignorare il mio intervento ma non fu così, in qualche modo parve turbato – Non siete i primi a cui chiedo di adempiere a questo incarico, un altro uomo è stato inviato due settimane fa ma da alcuni giorni di lui non ho più notizie. –

Incrociò le dita delle mani sotto al mento – Se vogliamo avere speranza di vincere questa guerra dobbiamo capire il segreto di Tourach, da dove derivi il suo potere, chi è? Come riesce a fare ciò che fa? E se qualche divinità si cela dietro le sue azioni. –

Si interruppe, lasciandoci il tempo per meglio assimilare le sue parole. Ci guardammo e non nego che l’ipotesi di una nuova avventura non avesse solleticato un istinto sepolto ma in vero era passato troppo tempo dall’ultima volta in cui mi ero battuto per la vita, non ero più di certo giovane ed il tempo non avrebbe migliorato quello status. Guardando i miei due compagni capì che simili pensieri attraversavano le loro menti, almeno quella di Ryaku, lo sguardo di Doltigar era decisamente più vago.

– Eris, capisco le tue paure ma temo che non siamo noi gli uomini più adatti a ricoprire questo incarico, al tuo posto mi rivolgerei a qualcun altro, l’indagine e la raccolta di informazioni non rientrano fra i nostri miglior talenti –

Il Magister mi guardò per poi far scorrere il suo sguardo severo sul resto del gruppo – Negli anni ho capito che sono le motivazioni che ci spronano a permetterci di compiere le imprese più incredibili, forse il compito che vi chiedo di eseguire non rientra fra i vostri talenti ma sono certo che sareste in grado di organizzare e coordinare una compagnia in grado di farlo se necessario. –

Ryaku dava cenni di assenso con la testa, da parecchio stava in silenzio, penso stesse meditando su una strategia da seguire o un’alternativa da proporre. Prese la parola
– Dovresti chiedere a Fudo, fra tutti noi è sicuramente lui l’uomo più adatto a creare un gruppo del genere, è inarrestabile quando si mette in testa di perseguire un obiettivo, per anni si è occupato oltre che del mantenimento dell’ordine anche delle attività di spionaggio di gilda, al suo confronto gli antichi inquisitori sembrano bimbi spaventati. – io sorrisi senza volerlo a quei ricordi.

Eris abbassò per un momento lo sguardo per poi rialzarlo fisso su di noi – L’ho già fatto, è questo il motivo per cui vi ho convocato, è Fudo l’uomo scomparso. – si fermò per un istante – Temo sia stato catturato ed un nemico prigioniero nelle segrete di Tourach non resta tale a lungo, quando avranno finito di interrogarlo o quando decideranno che non gli servirà più, sarà convertito al suo volere o peggio. –

A quelle parole non ne seguirono altre o almeno io non le sentii, balbettai qualcosa forse, Ryaku si alzò fragorosamente dalla sedia, mentre Doltigar cominciò a tossire nel tentativo di non strozzarsi col fumo appena inalato.

 

Capitolo 7: Come fantasmi.

– Dal diario di Juza.

Il ritmo costante dello sbattere degli zoccoli dei cavalli sul terreno umido mi aiutava a restare concentrato sul da farsi, fino a poco prima ancora travolto dalle ultime notizie ricevute non ero riuscito a ragionare con lucidità ma adesso sapevo il da farsi e l’avrei fatto. Galoppammo sotto la pioggia in silenzio, mentre ci allontanavamo di gran corsa da Magincia in direzione di Jhelom, dove aveva casa Fudo. Avevamo già concordato su come agire, avremmo contattato tutti i vecchi compagni che saremmo riusciti a trovare per formare una piccola compagnia in grado di muoversi e colpire rapidamente, avremmo ottenuto le informazioni che ci servivano e in un modo o nell’altro, avremmo ritrovato Fudo, ovunque fosse. Non ci saremmo limitati ad indagare furtivamente nascosti nell’ombra, non faceva per noi, avremmo smosso i monti fino a raggiungere l’obiettivo.

Su questo Eris non si sbagliava, le motivazioni alimentano il fuoco che arde in noi e in quel momento era in corso un incendio. Avremmo flagellato ogni servo della mano d’ebano e saremmo risaliti fino alla cima della piramide se necessario, avremmo combattuto il nostro nemico senza tregua, casa per casa, avremmo messo la nostra spada al servizio di tutti coloro che intendevano opporsi all’oscuro regnante e perseguito il nostro scopo instancabilmente, implacabili e spietati come fantasmi avremmo riempito di incubi il sonno dei nostri nemici.

Così quella sera il fato tornò a giocare con noi, indirizzandoci su una strada ignota e pericolosa, ero certo che il tempo delle battaglie e del sangue fosse finito e che la mia bardica sarebbe rimasta deposta a lungo nella sua cassa di metallo, fino al tempo in cui un giovane non l’avrebbe da lì estratta per impiegarla contro nuovi e terribili nemici. Ancora una volta mi sbagliavo. Non sarebbe stato un ragazzo incurante dei pericoli ad impugnarla ma un uomo consapevole e già soggetto ai primi acciacchi dell’età, non più giovane ma evidentemente con ancora qualche debito da pagare nei confronti di qualche dio scherzoso che amava divertirsi con lui.